
Tra le numerose storie figlie dell’orrore e della follia perpetuati dal nazismo, ce ne sono alcune meno note di altre. È senz’altro il caso di Margaret Wolk, che all’età di novantacinque anni rivelò di essere stata tra le quindici donne incaricate di assaggiare i piatti preparati per Hitler, nonché l’unica a essere sopravvissuta agli orrori bellici. Questa è la vicenda che ispira la penna di Rossella Postorino, da cui nasce un best seller ora soggetto del ritorno alla regia di Silvio Soldini.
Con Le assaggiatrici (trailer), il regista di Pane e Tulipani torna al lavoro, a quattro anni di distanza dal tutt’altro che memorabile 3/19. Le vicende di Margaret Wolk sono narrate attraverso la figura di Rosa Sauer (Elisa Schlott). Sfuggita ai bombardamenti che riducono Berlino in macerie, Rosa trova rifugio nella rudimentale abitazione dei suoceri in Prussia. Qui, il clima è dominato dall’apprensione per l’impiego al fronte del marito Gregor. Ma il filo rosso che lega Rosa al conflitto non si spezza con la sua fuga dalla capitale; lei e altre sei ragazze del luogo ricevano infatti il terrificante incarico di assaggiare il cibo destinato al Führer, per scongiurare qualsiasi tentativo di avvelenamento. A complicare una situazione già di per sé tutt’altro che confortevole è l’arrivo del comandante delle SS Albert Ziegler (Max Riemelt), con il quale Rosa intraprende una relazione. Il verificarsi di un tentativo di assassinio ai danni di Hitler costringe le assaggiatrici a trasferirsi all’interno del quartier generale nazista, la Tana del Lupo.
Le donne vivono cosi la loro personale trincea, in un’ungarettiana precarietà. In un clima di terrore e opprimente coercizione che sembra annientare ogni briciolo di umanità, le assaggiatrici riescono a non perdere la loro: nonostante un’iniziale diffidenza, stringono amicizia, si sostengono a vicenda e si fanno forza l’una con l’altra, sebbene consapevoli di essere a un boccone dalla morte e che la morte di una di loro rappresenta la temporanea salvezza delle altre.

Questo è il tema portante del film, con Soldini che sceglie di non rischiare e di restare fedele al romanzo, pur dovendo inevitabilmente sacrificare alcuni dettagli della narrazione letteraria. Ne consegue una sceneggiatura a tratti zoppicante e prevedibile nell’evolversi delle dinamiche, al servizio della quale il regista adotta una regia pragmatica, priva di virtuosismi stilistici ma comunque efficace. Al contempo però la regia risulta eccessivamente didascalica, fattore che amplifica la prevedibilità del prosieguo della narrazione: l’infatuazione tra Rosa e il comandante Ziegler, oltre che del tutto improvvisa e razionalmente immotivata, è fortemente anticipata dal primissimo interfacciarsi dei due personaggi. Lo stesso mutamento del rapporto tra le assaggiatrici, fattore su cui punta molto Soldini, è tanto coinvolgente per lo spettatore quanto affrettato e scarsamente descritto; l’amicizia tra le donne (tutte convincenti dal punto di vista attoriale) sembra quasi cancellare la matrice tremenda del loro quotidiano, a testimoniare come la sceneggiatura abbia perseguito la via del coinvolgimento emotivo a discapito della componente thriller.
La naturale tensione insita nella storia viene infatti poco sfruttata, lasciando l’impressione che le assaggiatrici affrontino la loro terribile quotidianità con un’incomprensibile serenità. Tuttavia, consci della natura drammatica della narrazione, lo scenario prefiguratosi fa in modo che la seconda metà del film sia un semplice conto alla rovescia in attesa del turning point, che non si fa attendere ma perde inevitabilmente di potenza. Il finale dà, infatti, maggiore giustizia a tutta la tragicità della vicenda, confezionando un epilogo che non lascia spazio alla speranza della salvezza.
Soldini, insomma non osa e firma un film che assolve il suo compito di intrattenere e coinvolgere emotivamente il pubblico, ma che difficilmente si insinua come un tarlo nella mente dello spettatore, lasciandogli pochi spunti di riflessione.
In sala dal 27 marzo.