#IrishFilmFesta2025: Quarta giornata

irish film festa, collettivo

Documentario, finzione, animazione. La selezione dei cortometraggi in concorso alla XVI edizione dell’Irish Film Festa – che negli ultimi giorni di marzo ha animato le sale della Casa del Cinema – si caratterizza per l’ampia varietà di generi e sottogeneri, stili cinematografici, toni narrativi e tematiche che con spirito esplorativo attraversa e accoglie. Si tenterà qui di seguito di riflettere tale ricchezza addentrandosi nella lettura di tre degli short film visionati dal pubblico del festival nell’intimità della Sala Fellini: partendo dall’esilarante Cat & Mouse (Michael-David McKernan, 2024), si passerà per il celebrativo The Memories of Others (Pauline Vermare, Marc Lesser, 2024), sino ad approdare al toccante e teneramente ironico Earmark (Ste Murray, 2024).

E se il gatto si riconoscesse nel topo?

Cat & Mouse, recensione DassCinemag

A serata inoltrata, un diner isolato, la cui immagine abbagliante si staglia definita sullo sfondo buio, grazie alle tinte accese delle luci al neon che lo contornano, è giunto all’orario di chiusura. Di giorno, il luogo è probabilmente meta di pellegrinaggio di ondate di viaggiatori affamati e assetati, bisognosi di una sosta dopo aver trascorso ore alla guida della propria automobile, percorrendo la statale su cui il locale affaccia. Quale ambientazione migliore per un tipico heist movie all’americana? Di sicuro non per la scena del colpo grosso, ma magari per quella in cui i rapinatori, in fuga col bottino, fermano al primo punto di ristoro che incontrano lungo la loro strada per rifocillarsi.

È del tipo appena descritto il diner in cui si svolge l’intera azione di Cat & Mouse, cortometraggio diretto da Michael-David McKernan, al suo quinto progetto da regista,e scritto da Clare Monnelly. Il locale è, appunto, prossimo alla chiusura serale. Un misterioso uomo (Peter Coonan), avvolto in, e quasi nascosto da, un grosso costume da topo attraversa la soglia del diner, muovendo qualche passo verso l’interno; si rivolge allora alla cameriera Cat (Aoife Hinds), chiedendole di poter utilizzare il bagno, alla cui richiesta la donna acconsente. Cat non dovrebbe permettere a chi non acquista nel locale di usare la toilette. L’uomo vestito da topo è seduto sul wc con una pistola in mano. La pistola scivola sotto la porta chiusa della cabina. Cat, entrata in bagno per far uscire il forestiero, la vede. Cat intuisce il piano dell’uomo. Cat, anziché denunciarlo, decide di collaborare con lui. In fondo, il suo lavoro non l’ha mai entusiasmata più di tanto. In fondo, l’uomo vestito da topo non è altro che un padre di famiglia desideroso di assicurarsi che i propri figli stiano al caldo.

È evidente che McKernan non sia propriamente un regista alle prime armi. La sua conoscenza e padronanza dei diversi linguaggi che confluiscono nella tecnica cinematografica è notevole. La regia di Cat & Mouse è dinamica e frizzante, può ricordare quella di Edgar Wright; si muove con agilità per indirizzare l’attenzione dello spettatore verso i particolari su cui poggia la storia. La fotografia diretta da Miguel Angel Viñas, d’altra parte, abbraccia, oltre ai volti dei personaggi, luogo di carismatiche e buffe espressioni, l’ambiente del diner, curato nei minimi dettagli (si noti la peculiare combinazione di colori accesi, appagante per l’occhio) dallo scenografo Diarmuid Wolfe. A completare il quadro di un comparto tecnico così competente, l’originale sceneggiatura di Monnelly, che, allo stesso tempo, però, manifesta l’unico vero punto debole dello short film: un finale che, tenendo conto delle sue ottime premesse, non ha saputo sfruttare appieno il suo potenziale. Cat, oramai hai minacciato il tuo capo con una pistola tra le mani, perché non scappare anche tu con l’incasso?

Fra le macerie del disastro, non perdere di vista l’umano

The Memories of Others, recensione DassCinemag

Sei bottiglie in vetro piene sino all’orlo di latte fresco, disposte a due file parallele da tre bottiglie ciascuna, poggiate a terra, l’una di fianco all’altra, verosimilmente in prossimità della soglia d’ingresso di una comune abitazione. Ancora di prima mattina, le bottiglie verranno ritirate nel calore domestico, in parte svuotate per preparare la colazione ai piccoli di casa, che, dopo essersi rifocillati, saranno pronti ad avviarsi verso scuola. Nel giro di due o tre giorni tutte e sei le bottiglie saranno rimaste vuote, pronte a servire ad uno scopo quanto mai distante da quello per cui sono state fabbricate: riempite non più di candido latte, piuttosto di liquido infiammabile, costituiranno la base delle bombe Molotov che verranno scagliate da civili contro altri civili nel corso dell’ennesima guerriglia urbana.

Tra fine anni Sessanta e fine anni Novanta l’Irlanda del Nord è teatro dei cosiddetti Troubles, termine inglese con cui ci si riferisce alconflitto, di matrice ideologica e con drammatici risvolti armati, tra la comunità cattolica del Paese (nazionalista e repubblicana, dunque a favore della conquista dell’indipendenza dal Regno Unito) e i protestanti della provincia dell’Ulster (unionisti e lealisti, ovvero sostenitori del mantenimento dei legami politici tra Irlanda del Nord e Gran Bretagna).

Le sei bottiglie di latte sopra descritte sono quelle protagoniste del celebre scatto realizzato negli anni Settanta dal giapponese Akihiko Okamura, fotografo di guerra (lo fu anche in Vietnam) trasferitosi in Irlanda con l’iniziale intento di giungere ad una comprensione più profonda della sua contemporaneità (colui che dal 1961 al 1967 era stato Presidente degli Stati Uniti d’America – John F. Kennedy – aveva, non a caso, origini irlandesi). Trovandosi poi ad assistere, nel suo Paese d’adozione, al dispiegarsi dei Troubles, Okamura si servì della sola arma del suo obbiettivo per farsi delicato portavoce dell’ordinarietà che precede la tragedia e di quella che nella tragedia stessa sopravvive e perdura.

Alla figura dell’artista giapponese è dedicato il documentario The Memories of Others, diretto dalla francese Pauline Vermare – storica della fotografia – e dallo statunitense Marc Lesser – filmmaker. Con un run time corrispondente a poco più di una ventina di minuti, il documentario condensa e alterna fra loro: riprese aeree, realizzate oggi, delle vaste distese di verde irlandesi; immagini d’archivio che mostrano, attraverso un punto di vista diretto, la tragedia dei Troubles; una serie di scatti realizzati da Okamura durante gli stessi scontri; interviste, anche queste realizzate oggi, a personalità particolarmente interessate alla vita e all’opera del fotografo; infine, un estratto d’intervista ad Okamura stesso. È proprio grazie all’utilizzo sinergico di materiali audiovisivi di diversa natura che Vermare e Lesser sono riusciti a suggellare in soli venti minuti, dalla narrazione piuttosto serrata, l’essenza profonda del prezioso lavoro del fotografo giapponese.

Portare il segno del proprio esistere, provare a volersi bene

Earmark. recensione DassCinemag

I commenti, positivi o negativi, e gli sguardi, di confortevole approvazione o di ostentato disprezzo, di cui siamo stati oggetto e destinatari nella delicata età dell’infanzia sono quelli che, con alta probabilità, più hanno influito sulle modalità di approccio al mondo da noi elaborate una volta presa definitiva coscienza di dover esistere in esso. Quegli stessi commenti e sguardi, della cui particolare esecuzione portiamo ricordi sbiaditi e sfilacciati, ma delle cui sensazioni associate la nostra pelle ha, inevitabilmente, lucida e tagliente memoria, non importa che siano provenuti da individui, all’epoca, adulti o bambini come noi; la loro eco, in ogni caso, continua a risuonare nella nostra interiorità, ancora oggi che siamo, a nostra volta, divenuti adulti. Può aver assunto la forma di un giudizio permanente su noi stessi, che ci ostacola e frena nell’affannato tentativo di esprimerci, di ‘arrivare’ lì fuori.

Mark (Ste Murray), protagonista del cortometraggio Earmark – oltre che interpretato, anche scritto e diretto da Murray–, si sottopone ad una nuova visita con il suo audiologo (Derbhle Crotty), che, a fine incontro, gli porge un apparecchio acustico: l’udito di Mark sta gradualmente peggiorando ed è il caso che il ragazzo inizi ad indossare l’apparecchio se vuole continuare a condurre una vita fondamentalmente autonoma. Ma la sola vista della protesi risveglia nel giovane traumi che ha cercato di dimenticare ed innesca una reazione di totale rifiuto. Gli tornano alla mente le immagini di lui da ragazzino, oggetto dello scherno dei suoi coetanei per la semplice presenza, accanto al suo orecchio destro, di, appunto, un apparecchio acustico.

L’opera di Murray è un viaggio nel vissuto emotivo di Mark, condotto, non tanto attraverso il linguaggio verbale (non vi sono battute nel film che definiscano o facciano diretto riferimento al bullismo subito o alla presumibile perdita della madre), piuttosto dando rappresentazione visiva ai ricordi, alle paure e, sul finale, alla maturazione e alla presa di consapevolezza che affollano la mente del protagonista. Ed è proprio in questa peculiarità che risiede il maggior punto di forza di Earmark: la sua visione si definisce come un’esperienza interamente soggettiva, nella quale si può accedere, rispetto al personaggio, soltanto alle informazioni che lui stesso ‘semina’, mentre vive nel mondo lì fuori (quello diegetico del film) a seconda della propria vita mentale. In diversi momenti dell’esperienza spettatoriale noi siamo Mark, e, probabilmente, assistendo, sul finale, al superamento del suo trauma avvertiamo noi stessi la sensazione di esserci liberati delle catene che ci imbrigliavano.

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