Heretic, la recensione: abbiate paura, ma non troppa

Per Scott Beck e Bryan Woods, i registi di Heretic (trailer), non si tratta affatto del primo rodeo. Sono infatti passati 10 anni dal loro primo lungometraggio, e più di 20 dalle loro prime collaborazioni. Eppure prima di Heretic nessun loro lavoro era stato ricevuto positivamente, basti pensare al precedente 65 – fuga dalla terra. Però stavolta qualcosa è cambiato. Andiamo dunque a scoprire quali sono le caratteristiche meglio riuscite di questa pellicola.

Il film comincia catapultandoci direttamente nella giornata tipo di due ragazze mormoni, la sorella Barnes (Sophie Thatcher) e la sorella Paxton (Chloe East). Dopo essersi recate a casa del Signor Reed (Hugh Grant), sperando di poterlo battezzare al mormonismo, si renderanno conto di essere entrate nella casa sbagliata. La situazione precipita velocemente, e la trama prosegue come un rompicapo, un gioco da tavolo in cui tutti sono pedine, un vero e proprio mind game con in palio la vita e la verità. Quest’ultimo tema è fondamentale, poiché il film non ha per niente paura di discutere sulla religione, e anzi dà ad ogni personaggio l’occasione di esporre la propria tesi. Le discussioni dei protagonisti sono degli scontri quasi fisici, il cui vincitore è però già deciso. E lo spettatore, dalla comodità della sua poltrona, non può che prendere parte al dibattito.

A muovere i vari twist della trama sono i tre protagonisti sopracitati, così diversi e allo stesso tempo simili fra loro. Il Reed di Hugh Grant è magnetico, sia per le protagoniste che per la regia, che fa percepire la sua presenza anche quando non è in campo. La sua performance grottesca, che fa prima passare il personaggio per un gioviale signore inglese e lo rivela poi per quel che è, è forse una delle migliori della sua decennale carriera. Il film stesso è consapevole di ciò, forse marcando troppo l’attenzione su quanto sia inaspettato questo personaggio da un attore del genere. Persino la campagna marketing è completamente affidata alla sua immagine, dimenticando che Thatcher e East, nonostante la molta meno esperienza rispetto al collega, riescano durante il film a dare vita ai loro personaggi e a farci tifare per loro.

Come in molti prodotti horror, anche l’ambientazione delle vicende ha un ruolo chiave. La casa del signor Reed è un labirinto di pareti, scale, e soprattutto porte. Ogni passaggio da una stanza all’altra rappresenta una scelta delle protagoniste, in modo più o meno esplicito. Proprio per questo l’apertura di ogni porta viene sempre percepita come una questione di vita o di morte. Il film gioca anche sull’immaginazione dello spettatore, che prima di ogni cambio di scena comincia a fantasticare su cosa ci possa essere dall’altra parte di ogni parete, temendo il peggio per le protagoniste.

Il duo Beck e Woods, sia alla regia che alla sceneggiatura, pecca nel secondo dei due ruoli che riveste. Se infatti la regia sorprende sempre di più mano a mano che il film prosegue, la sceneggiatura risulta invece troppo conveniente per il signor Reed. Infatti certi elementi della casa, che impediscono alle ragazze di uscire o di chiamare aiuto (la pellicola è ambientata ai giorni nostri, con tanto di smartphone), risultano abbastanza assurdi nonostante sia chiaro che il piano del personaggio di Grant sia perfetto. Inoltre, il finale vede l’avvenire di un plot twist per niente apprezzato, che priva il pubblico di una fine quasi poetica a favore di una molto meno fantasiosa, ma più vendibile.

Il film eccelle nel costruire la tensione, ma non tanto quanto nello smontarla. I numerosi riferimenti alla cultura pop, messi in bocca principalmente a Reed, sono tanto inaspettati quanto fuoriluogo e fin troppo ammiccanti. Nonostante ciò, durante la proiezione sono stati ben accolti da numerose risate, quasi come se ci si fosse dimenticati di stare assistendo ad un film horror, che di comico non ha nient’altro che queste poche battute di basso livello.

Heretic riesce quindi a far provare numerose sensazioni intense allo spettatore, e soprattutto a farlo riflettere e a fargli mettere in dubbio la propria ideologia. Ciò in cui fallisce però è proprio l’elemento che dovrebbe essere fondamentale in un film horror, ovvero spaventare lo spettatore e fargli credere a ciò che vede. Un film che tratta temi così importanti non può non prendersi sul serio. Nonostante questo, si tratta di un grande passo nella carriera dei registi, e fa ben sperare per il loro prossimo lavoro.

Dal 27 febbraio al cinema.

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